Akamai pubblica il rapporto sullo stato di Internet relativo al primo trimestre 2011

set 17

Akamai Technologies ha pubblicato il Rapporto sullo Stato di Internet relativo al primo trimestre 2011. Basato sulle informazioni raccolte dalla rete globale di Akamai per la distribuzione di contenuti digitali e applicazioni in Internet, dotata di oltre 90.000 server distribuiti in 72 paesi, che gestiscono tra il 15 e il 30% del traffico web globale, il rapporto approfondisce aspetti importanti di Internet, come la velocità di connessione per area geografica, i Paesi origine di attacchi informatici e la connettività mobile, analizzando inoltre le principali tendenze nel corso del tempo.

Novità del presente Rapporto sullo stato di Internet, giunto al quarto anno di pubblicazione, è un nuovo strumento di analisi, il data visualization tool, che mostra le tendenze per area geografica nelle diverse categorie analizzate. Il nuovo strumento consente generare e scaricare grafici relativi a velocità di connessione media, picco medio della velocità di connessione e tassi di adozione di High Broadband, Broadband e Narrowband in ciascun Paese analizzato, permettendo inoltre di visualizzare dati e tendenze per ogni Paese a partire da gennaio 2008, anno in cui fu pubblicato il primo rapporto sullo Stato di Internet.

Osservando i tassi di penetrazione di Internet nel mondo, nel primo trimestre del 2011 sono stati oltre 584 milioni gli indirizzi IP unici, provenienti da 237 Paesi, che si sono collegati alla piattaforma di Akamai, con un aumento del 5,2% rispetto al quarto trimestre del 2010 e del 20% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente.

Come nell’ultimo trimestre 2010, i primi 10 Paesi in classifica costituiscono quasi il 70% degli indirizzi IP totali, a significare che la maggioranza degli indirizzi IP unici nel mondo sono concentrati in un numero di geografie relativamente ridotto. In questo trimestre, l’Italia entra nella top ten, registrando 13.632.661 indirizzi IP unici ed evidenziando una crescita dell’11% rispetto al trimestre precedente.

Nel primo trimestre 2011, la velocità media di connessione offerta dai provider mobile mondiali va da un massimo di poco più di 6 Mbps a un minimo di 163 kbps. Il primato per la velocità media di connessione più alta nel primo trimestre 2011 spetta a un provider polacco, che scavalca il provider più veloce dello scorso trimestre, proveniente dalla Grecia, sceso al secondo posto.

Nel primo trimestre del 2011, gli utenti di 7 operatori mobili inclusi nell’analisi Akamai hanno utilizzato in media oltre un gigabyte al mese di contenuti veicolati da Akamai. Gli utenti di 73 operatori ne hanno utilizzato una media di 100 MB e gli utenti dei rimanenti 20 operatori ne ha utilizzato meno di 100 MB.

In Italia esiste un divario di circa 2.5 Mbps tra il provider che offre la velocità di connessione mobile media maggiore (3.5 Mbps) e quello che offre la velocità media minore (1 Mbps). Le velocità di connessione massime offerte dagli operatori italiani vanno dai 6,56 Mbps ai 16.9 Mbps.

I rilevamenti dell’ultimo Rapporto mettono in evidenza alcuni cambiamenti significativi nel primo trimestre del 2011 relativi alle fonti di traffico legato agli attacchi. In particolare, la Birmania non solo compare per la prima volta nella lista, ma si piazza addirittura al primo posto, avendo generato il 13% del traffico totale legato agli attacchi in questo periodo.

Rispetto al trimestre precedente, gli Stati Uniti sono saliti dalla quinta alla seconda posizione, diventando così responsabili del 10% del traffico globale osservato da Akamai. La Russia è inoltre scesa in quarta posizione (7,7% del traffico legato agli attacchi, rispetto al 10% dello scorso trimestre).

Così come nel precedente, anche in questo trimestre, l’Italia rimane la prima fonte al mondo di traffico legato agli attacchi da reti mobili, responsabile del 25% del traffico osservato da Akamai, seppure in discesa rispetto al 30% del trimestre precedente.

Come di consueto, anche nel primo trimestre 2011 Akamai ha analizzato la velocità media di connessione delle singole città in tutto il mondo. Ancora una volta, sono le città asiatiche a dominare la top 100, con Tokai (Giappone) in vetta alla classifica con una velocità di connessione media di 13,2 Mbps.

Sono 12 le città europee (in 10 Paesi) che rientrano nella classifica delle 100 città più veloci al mondo (una in Norvegia, tre in Romania, una in Repubblica Ceca, una in Olanda, una in Portogallo, una in Spagna, una in Belgio, una in Austria, una in Lettonia e una in Svizzera).

Sette sono i Paesi europei presenti nella Top 10 relativa alle velocità medie di connessione, con i Paesi Bassi in testa (quarta posizione) con una velocità media di 7,5 Mbps. Seguono la Romania (quinta posizione) con 6.6 Mbps, la Repubblica Ceca (sesta) con 6,5 Mbps, la Lettonia (settima) con 6,3 Mbps, la Svizzera (ottava) con 6,2 Mbps, il Belgio (nono) con 6,1 Mbps e l’Irlanda (decima) con 5.6 Mbps. La velocità media di connessione in Italia nel primo trimestre del 2011 si attesta sui 3,7 Mbps, con un aumento di 0,3 Mbps rispetto all’ultimo trimestre del 2010.

Fonte:Akamai.

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10 anni fa…

set 11


Io ero a Catania in affiancamento con un capo Area. Non si dimentica una giornata cosi…

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Making sense of the digital world

ago 29

Riprendo il punto 6 del post sotto sui grandi cambiamenti che attendono il mercato pharma perchè fa riferimento al mondo web evidenziando come tutte le aziende del comparto siano consapevoli che si DEVE essere presenti e si DEVE utilizzarne la grande potenzialità ma anche come nessuno abbia ancora trovato la chiave per farlo.

Pharma companies know that the internet age and digital marketing are changing the wider world – but nobody quite knows how it is changing pharmaceutical marketing, causing anxiety and uncertainty about how to proceed.
Now that the internet, smartphones and other digital devices are firmly entrenched in many people’s lives, there is a general consensus that pharma must have a presence in the digital world – but quite how, and to what extent is unclear.

Questa consapevolezza viene tradotta, in modo abbastanza banale, con investimenti per lo più infruttuosi su siti istituzionali mal concepiti, col proliferare di presenze sui social network (es. facebook) prive di una reale integrazione con il sistema azienda e di spunti che possano essere colti dai spesso pochi utenti attivi (le migliaia di iscritti spesso visibili sono spesso frutto di azioni mirate di agenzie specializzate, di campagne d’iscrizione di dipendenti aziendali, etc sono spesso smentiti da poche decine di “like” sui post, e ancora meno commenti…)
Io non credo che sia questo il modo di far diventare la rete un valore aggiunto per l’azienda perchè non ne coglie il reale contributo potenziale: “ascoltare” le persone, stimolarne il contributo, sollecitarne critiche e suggerimenti, registrare trends e cogliere spunti d’innovazione.
Bisogna entrare nel tessuto della Rete utilizzando le sue regole del gioco, integrandosi col suo popolo attraverso un linguaggio adeguato e modalità coerenti, accettarne pregi e difetti, rompendo spesso molte delle regole, scritte e non, su cui si basa il mondo ormai “jurassico” del pharma (costellato da regole spesso restrittive ed inadeguate in quest’area).
Certo un buon sito istituzionale è importante, ce ne sono veramente pochi in giro, così come un network di siti di prodotto, pagine su social e una corretta comapagna adv su Google e C. ma se non sono integrati nel sistema azienda (per esempio aggregando le informazioni tradizionali e provenienti dal web in un unico DB) allora non “vivono” e diventano il solito strumento per dire “dobbiamo essere in rete? …ecco ora ci siamo!”
The prevailing wisdom is that pharma must have a ‘conversation’ with its stakeholder online – but freewheeling, spontaneous online conversations are not the industry’s forte. So can it really be done?
La risposta è: si, si può fare.
Ma è necessaria una conoscenza specifica delle dinamiche della Rete integrata da competenze altrettanto specifiche delle dinamiche del tutto particolari del pharma (integrare questo in un Team non è facile ma possibile), è necessaria la volontà di modificare il sistema azienda per renderlo capace di integrare nella gestione del business questa nuovo potente strumento di lavoro, è necessaria molta determinazione per evitare di “abortire” il progetto alle prime criticità e molta pazienza perchè questo è un territorio inesplorato per il pharma e di errori se ne fanno molti…

Quanto sopra non è una mia teorizzazione frutto solo di letture, studi e convegni ma di diversi anni di lavoro trascorsi a “praticare” progetti e iniziative in Rete e a tradurli in strumenti di lavoro e di analisi per l’azienda pharma. L’approccio che descrivo è quanto giornalmente viene attuato nella mia Business Unit e posso dire che da questo proviene un reale valore aggiunto per la gestione e sviluppo del nostro business.

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6 challenges facing pharma communications

ago 28

Brian O’Riordan looks at how the pharma industry is adapting to the changing world of 21st Century communications.

1) New customers in emerging markets

When Andrew Witty took over as chief executive of GSK in 2008 he soon set out his ambitious plan for the company’s future growth. He, like his counterparts in big pharma, are hoping that emerging markets can sustain industry growth for the next ten, twenty years and beyond.

But in order to capitalise on these emerging markets, pharma must change its business model, and its outlook.

Witty summed it up by saying his company wanted to move away from producing “white pills for the Western markets”, and move into new therapeutic areas and technologies, and treat diseases important in Asia, Latin America, and Africa.

But actually following up on this ambition is a long-term strategy. GSK is doing this by digging beneath the blanket ‘emerging market’ term. The first sub-group that it and other companies are now targeting are the Middle-income countries (MICs), such as Brazil, China, India, Indonesia and Thailand. These have a relatively large and affluent middle class, and offer a significant, fairly well established market for pharma companies.

At the same time, many MICs also have large numbers of people living in extreme poverty, and healthcare demands frequently overwhelm underfunded healthcare systems.

Meanwhile there is a larger tier of Least Developed Countries (LDCs) where poverty is more widespread, and the health needs are once again very different – and often hinge on basic survival.

GSK established a Developing Countries and Market Access (DCMA) unit in July 2010, which aims to increase patient access to GSK medicines and vaccines while allowing the company to establish itself as a long-term presence in developing countries.

Country managers for GSK’s businesses in LDCs now report into the new unit, enabling them to take a more consistent and integrated approach to increasing access in these countries. The unit is also working with GSK country managers in other developing countries to increase access through flexible pricing and other approaches.

GSK and others are broadening their portfolios to make them more relevant to the needs of these countries, and are beginning to experiment with tiered pricing. This work also requires collaboration with governments, international agencies, academic institutions, patient groups, NGOs and communities.

This model is clearly very different from the likes of Europe and the US, but will be increasingly important for pharma to understand as the century progresses.

2) The switch to more specialised medicines

The development of our understanding of disease is leading pharma in the direction of ‘personalised medicine’, with many breakthrough specialist drugs emerging from industry pipelines. This is a major shift not only in the dynamics of R&D, but how medicines are used – and how much they cost. The industry and payors are still working through these problems, illustrated best in the battles between the UK’s NICE and pharma over high cost drugs.

Specialised medicines also require a more expert sales and marketing effort, and companies entering these fields need to be seen as credible and in it for the long term. One company which had thrived via this business model – Genzyme – experienced the downside when manufacturing problems left it unable to supply Fabryzyme and Cerezyme, and left it open to rival products and having to deal with a huge public relations problem.

3) The growth of patient power

The ‘consumer society’ and the internet are two of the strongest forces propelling the development of patient power, but this movement looks to still have a long way to go. In England, the NHS has been struggling to rebuild itself around patient needs for some time, but there are many barriers, including cost, and how to build in meaningful patient choice to help encourage better services.

The pharma industry knows if it aligns itself with these aims, it will be very much ‘on message,’ but the complexities of patient care, healthcare systems and politics should be heeded with caution.

4) Fewer blockbusters, smaller budgets

The mighty revenues that big pharma pulled in from its greatest blockbusters, such as Zocor, Losec, Lipitor – allowed companies to re-invest billions of dollars in sales and marketing. Today most of the new generation of major products will only earn a fraction these products did, and marketing budgets are most constrained.

Marketers no longer enjoy bottomless resources, and are under increasing pressure to demonstrate Return on Investment.

5) Changing relationships with doctors

In June AstraZeneca announced that it would no longer pay for doctors to attend international conferences.

The move is just the latest development in the industry’s shift away from providing all-expenses-paid trips for doctors to international medical congresses.

Once widely accepted, the practice is now much rarer, tainted by accusations of ‘schmoozing’ and inappropriate relationships with doctors.

Speaking at a recent conference in Istanbul, AZ’s chief executive David Brennan said his company would stop paying for international trips, but would still pay doctors to speak at local conferences.

Brennan said the company’s main focus in all of its educational and promotional activities with healthcare professionals is to provide quality educational programmes. “We believe that by making these very clear commitments about how we promote our products, we can gain an advantage from doing the right thing,” he added. “I know from my own experience as a sales representative, you will encounter people who will ask for gifts, or other inducements and will threaten to take their business elsewhere, if you don’t acquiesce.

“But we have made it clear that our sales force have to say no,” he said, adding that his sales force must now do the right thing, ‘not the easy thing’.

Brennan is the current president of international pharma organisation the IFPMA, which is looking to improve pharma’s reputation around the world.

Brennan pointed to recent research suggesting pharma is still not trusted by some stakeholders. Pharma’s payments to healthcare professionals have come under the spotlight in recent years, with a series of recent investigations under Americas’ Foreign Corrupt Practices Act (FCPA), increasing scrutiny greatly.

AstraZeneca is itself currently under investigation in the US in connection with the FCPA. It says it is ‘co-operating with these inquiries’.

Clearly major international corporate governance issues like this are not going to go away, and most companies are taking this seriously.

But in large global organisations, just one isolated example of bad practice can blow up in the face of company leaders, with consequences for their reputation.

6) Making sense of the digital world

Pharma companies know that the internet age and digital marketing are changing the wider world – but nobody quite knows how it is changing pharmaceutical marketing, causing anxiety and uncertainty about how to proceed.

Now that the internet, smartphones and other digital devices are firmly entrenched in many people’s lives, there is a general consensus that pharma must have a presence in the digital world – but quite how, and to what extent is unclear.

Another big question is whether or not pharma can really get its voice heard through digital channels, where there are so many competing voices online.

The prevailing wisdom is that pharma must have a ‘conversation’ with its stakeholder online – but freewheeling, spontaneous online conversations are not the industry’s forte. So can it really be done?

Bayer is an example of a company which has just launched a new Facebook page, with the hope of engaging directly with visitors to the social network.

A video message from Bayer chief executive Dr Marijn Dekkers, welcomes users and invites them to click the ‘Like’ button and become part of the Bayer social media world.

“As an innovative company, we are proud that Dr. Dekkers is the first chief executive of a DAX corporation to seek a dialogue with Facebook users,” says Michael Schade, head of communications at Bayer. “Facebook enables us to make contact with 700 million community members that we want to speak with about our mission ‘Bayer: Science For A Better Life.’ In the future, fans of the page will be able to read and comment on interesting information about science, sustainability and sport. We will also include stories from around the Bayer world.”

The company says its dialogue with users will go beyond traditional PR activities. “We aim to demonstrate to people the responsible approach adopted by the inventor company Bayer and the diversity of its activities,” Schade adds. These aims are laudable, and do seem to meet the company’s top line need to promote its corporate image in a global medium.

Bayer is already well established on Facebook, Twitter and the other social media, with German-language careers platform ‘Karrierebibel.de’ recently rating the company’s careers page on Facebook among the five best of its kind.

The group’s new Facebook presence is managed by Thomas Helfrich, a former business journalist who took over responsibility for social media and corporate messaging at Bayer AG at the beginning of this year.

Are conversations really possible?

Pharma companies may struggle to place a very clear value on comms spending in this area. The idea that pharma can engage its stakeholders in meaningful conversation or dialogue on the web is also very optimistic. Sadly, web-based conversation is frequently ill-tempered, childish and superficial. This is not necessarily the place where pharma will be able to communicate the nuances of pharmaceutical R&D and its value to patients and society.

On the other hand, one of the most appealing aspects of Facebook and Twitter is that pharma, like other groups, no longer has to rely on the mass media to convey their messages to their audience.

But there are downsides. A poorly maintained, out-of-date site is probably worse than no site at all, and this means resources must found to manage these interactions – even if they are only ‘conversational’ and relatively low level importance.

Finally, Pfizer’s Facebook page was recently hijacked by a computer hacker, underlining the vulnerable nature of pharma’s online presence. There is little doubt that pharma must have a presence in the digital world, but notions that relations with key stakeholders online is faster, simpler and more incisive will often be wide of the mark.

As in any environment, real relationships and dialogue takes time and commitment to build up.

fonte: Inpharm.com

ps. thanks to Ludovico for suggestion of article

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Mobile vs. Web

giu 22

In una recente ricerca in U.S.A. è emerso che il confronto fra l’impegno quotidiano degli utenti di applicazioni mobili vs navigazione web sul PC è ormai a favore del primo.
Flurry, la società che ha effettuato la ricerca, dice che il tempo speso in applicazioni mobile ha ormai superato il consumo di Internet. Gli utenti a giugno hanno speso una media di 81 minuti al giorno su applicazioni mobili, rispetto a 74 minuti sul web. Ciò a fronte di 66 minuti su applicazioni mobili giornaliere nel dicembre del 2010, e 70 minuti trascorsi quotidianamente sul web.
L’analisi specifica che la crescita della telefonia mobile è il risultato di più sedute durante il giorno per utente, al contrario di un aumento della durata della sessione. Quindi, fondamentalmente, gli utenti stanno controllando i propri social (Twitter FB, Foursquare) più spesso invece di spendere più tempo in applicazioni in una data sessione.

Flurry ha anche dato un rank per categoria da maggio 2011 in tutte le applicazioni che ha tracciato (più di 85.000). Giochi e Social Networking dominano, conquistando il 47 per cento e il 32 per cento di consumo in tempo speso ogni giorno, rispettivamente. Insieme, queste due categorie di controllo costituiscono il 79% per cento del tempo totale di utilizzo dei consumatori. Il tempo trascorso su news apps segue con 9% e con intrattenimento che cattura una quota del 7 per cento.

NDR: anche in Italia il trend è significativamente favorevole allo sviluppo del mobile anche perchè, com’è noto, siamo il popolo con più telefonini e smarthphone del mondo. Sarà per questo che WIKIPHARM, l’APP per trovare i farmaci equivalenti partendo dal brand, che Teva sponsorizza, ha superato ormai i 100mila download.

fonte: TechCrunch.com (ENG)

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150 anni d’Italia!

giu 02

Io sto con l’Italia!
Tutte le informazioni per sapere qualcosa in più sul 150° anniversario dell’unità d’Italia

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App’s vs. Sms

feb 16

Le app hanno raggiunto gli smsGli utenti passano ormai lo stesso tempo a scaricare e usare software che a scrivere e leggere messaggini. Sempre meno spazio per le telefonate. iPhone e telefonini Android i dispositivi preferiti per un uso evoluto

BARCELLONA – Ormai sono fianco a fianco, e il sorpasso è solo questione di tempo: il tempo dedicato dagli utenti alle app, i piccoli software per smartphone, ha eguagliato quello riservato agli sms. La maggior parte delle persone, quando usa i cellulari avanzati, passa più tempo a giocare con Angry Birds o altri programmi simili, che a parlare o a navigare sulla Rete. O almeno è questo che sostiene l’ultima indagine della Zokem Research condotta per conto della Wireless Intelligence, la stessa che organizza il Mobile World Congress di Barcellona.

Stando ai dati raccolti in media ogni mese i possessori di smartphone passano 667 minuti a scaricare e a divertirsi con le applicazioni contro i 671 minuti passati a scrivere e inviare gli sms. Le telefonate? Prendono “appena” 531 minuti, mentre la navigazione sul Web sarebbe ferma a 422. E questo sembra dar ragione a Chris Anderson, che sulle pagine di Wired sostenne questa estate che internet, così come lo abbiamo conosciuto, stava morendo sommerso dal traffico dati generato da iTunes e compagni.

La ricerca rivela anche altri aspetti interessanti. I software per mobile legati ai social network ad esempio rappresenterebbero il 32 per cento dello scambio fra smartphone e reti di telefonia mobile, mentre quasi il 57 per cento sarebbe appannaggio dei software multimediali legati all’intrattenimento. Con in testa, rispettivamente, Facebook e YouTube. Entrambi sarebbero presenti sotto forma di applicazione in oltre il 30 per cento degli smartphone in circolazione.

Chi ha un iPhone o un telefonino con sistema operativo Android di Google, usa una media di 15 applicazioni al mese. Chi adopera un Blackberry o Nokia si ferma a 8. iTunes e Android Market hanno un tasso d’uso del 95 per cento da parte di coloro che hanno un iPhone o un telefonino Android, mentre su Blackberry (App World) e Nokia (Ovi Store) si scende drammaticamente al 50 e 26 per cento. Ma a fare la parte del gigante restano comunque gli iPhone, che generano un traffico dati del 200 per cento superiore ai dispositivi con Android. Infine gli orari: i social network vengono consultati soprattutto la sera, mentre durante il weekend in generale le persone usano lo smartphone molto di meno rispetto al resto della settimana.
di JAIME D’ALESSANDRO

repubblica.it
(15 febbraio 2011)

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avevo detto che avrei scritto…

ago 24

fatto!…e Francesca mi ha pure risposto sul tema proposto (farmaci on line) con grande buon senso…per chi pensa che il consumatore su Internet sia privo della capacità di scegliere cosa è bene e cosa è male in fase di acquisto.
E’ però anche la dimostrazione che, nel prossimo futuro, una soluzione su questo tema per gli utanti della Rete va assolutamente trovata visto che saranno sempre di più ogni giorno che passa….

Il 23/08/10, marco grespigna ha scritto:

Da: marco grespigna
Oggetto: e i farmaci?
Ciao Francesca,
sono Marco (genovese residente a Milano…)e come tanti ti ho ascoltata e letta in questi giorni un po’ ovunque..
Sono un appassionato del web nonchè un suo utilizzatore e lavorando in campo farmaceutico mi domandavo come te la stai cavando ne reperire farmaci e più in generale prodotti da farmacia (chessò integratori, cosmetici, prodotti
per l’infanzia etc etc).
Non che ti auguri di averne bisogno (soprattutto di farmaci) ma sai com’è un mal di testa, un raffreddore, una crema struccante…non è raro che serva).
Se ti va fammi sapere qualcosa…o mettilo nei test da fare in futuro.
in bocca al lupo
Marco
——-
On Tue, 24 Aug 2010 08:35:31 +0200,
Francesca Sassoli wrote:

Caro Marco,
per i farmaci e’ un guaio! Nelle pillole tv che faccio ogni giorno sulle tv del circuito CNR Media, ho intervistato il
presidente della Federazione Ordini Farmacisti Italiani e c’è proprio una legge che ne vieta la vendita e la consegna online, anche per quelli da banco! In caso di emergenza, sarei costretta a farmeli comprare (certo non metto a repentaglio la vita della mia famiglia per questo esperimento!) ma e’ un ottimo spunto anche per il blog, grazie!
———-

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Si può vivere comprando solo in Internet?

ago 23

Secondo Francesca Sassoli di Genova (una compaesana…) ma residente a Milano (stessa sorte…) SI PUO’ FARE!
Da due mesi l’obiettivo di “vivere di solo ecommerce, che per i disappetenti della Rete vuol dire comprare tutto attraverso Internet: dal latte fresco al pezzo per lo scooter, dalla scarpa alla vacanza” è giornalmente portato avanti con successo.

Però non ho trovato come fa con i farmaci e prodotti vari per la salute e benessere…magari le faccio direttamente la domanda via mail.

Leggete delle sue peripezie su www.francescaonline.it/

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Nel punto vendita come sul web..

ago 19


Da Mark Up, una delle riviste più attente all’evoluzione dei consumatori, la sintesi di un articolo interessante che mette ancora una volta in evidenza alcune esigenze nascenti.
Spesso questi articoli focalizzano l’attenzione su canali retail diversi dal “farma” ma ribadisco il “monito” che ripeto spesso: attenzione il consumatore che entra in farmacia è sempre lo stesso e quello che trova in altri canali prima o poi lo pretenderà anche nel campo della salute…soprattutto se si continua a parlare di “farmacia dei servizi”

In negozio come sul Web
Clienti sempre più “internet-oriented” ricercano anche negli acquisti in negozio modalità cross-channel e un servizio personalizzato. Obiettivo: finalizzare comunque la vendita senza dover ritornare
Il prodotto che si cerca, se non è disponibile subito, va fatto recapitare a casa propria in breve tempo: questo richiedono i consumatori, che, ottenuto tale servizio, tendono a ritornare. Questo ci dice una ricerca di Sterling Commerce, che come ogni anno analizza le abitudini dei consumatori nei diversi canali retail. Lo studio online, commissionato all’Istituto Ipsos Mori e realizzato in Gran Bretagna, Francia e Germania, mostra che la capacità di gestire gli ordini direttamente nel punto vendita è il requisito principale se i retailer vogliono migliorare l’esperienza d’acquisto dei clienti quando si trovano in negozio.
Occhi puntati sul servizio instore
Elemento cruciale per migliorare l’esperienza d’acquisto del cliente in negozio è la presenza di personale che fornisca sì informazioni sul prodotto, ma che sia anche in grado di reperire, presso un altro punto di vendita dello stesso retailer, lo stesso articolo momentaneamente non disponibile a scaffale, offrendo al cliente la possibilità di riceverlo a casa. Insomma, bisogna fare di tutto per salvare la vendita a ogni costo, o come dicono gli inglesi “save the sale”.
Multicanalità vincente
Secondo Sterling Commerce molti retailer tendono a investire quasi solamente nel negozio, pur pensando magari di avere un approccio multicanale. Eppure ormai il cliente, specie quello cosiddetto cross-channel ovvero che utilizza più canali prima di decidere un acquisto (web, cellulare, pdv) è abituato a conoscere in anticipo la disponibilità di un prodotto. Tra l’altro questo tipo di consumatore tende a spendere di più ed è quindi particolarmente remunerativo. Sempre più cruciale in futuro sarà quindi la sinergia tra attività nel punto di vendita e sito web (abilitato per l’e-commerce). Il call center è utilizzato per effettuare ordini e risolvere un problema, senza essere percepito come un canale di vendita, e questo modo di pensare potrebbe essere applicato ai negozi. La ricerca mette in luce l’importanza di offrire un’esperienza positiva nel pdv, e di utilizzare il call center come strumento di follow-up.

fonte: Anna Muzio – www.mark-up.it

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